Repertorio

Mikrophonie 1 (1964) Karlheinz Stockhausen

E’ il frutto di esperimenti sonori capaci di far emergere e mettere in risalto anche le «vibrazioni normalmente non udibili»  che durante l’esecuzione diventano percepibili grazie a «un processo attivo di rilevamento del suono (paragonabile all’auscultazione di un corpo da parte di un medico)»: in questa partitura del maestro tedesco, come spiega lo stesso artista, «il microfono viene utilizzato attivamente come strumento musicale, in contrasto con la sua precedente funzione passiva di riprodurre i suoni nel modo più fedele possibile». Tra i più visionari compositori del XX e XXI secolo, Stockhausen racconta:  «Ho cercato modi per comporre, in modo flessibile, anche il processo di registrazione del microfono. Il microfono  dovrebbe diventare uno strumento musicale e, d’altra parte, attraverso la sua manipolazione, influenzare tutte le caratteristiche dei suoni. In altre parole, dovrebbe partecipare alla formazione dei toni – secondo le indicazioni della partitura – armonicamente e melodicamente, così come il ritmo, il livello dinamico, il timbro e la proiezione spaziale dei suoni». In “Mikrophonie 1” interagiscono tre diversi livelli interpretativi: la performance dei percuussionisti viene analizzata e modificata, attraverso l’esaltazione di singoli dettagli, dai microfonisti, per essere successivamente sottoposta a filtri e amplificazione dal parte di chi cura la regia dei suoni – in ua curiosa, suggestiva e complessa “orchestrazione” dal vivo. Quasi un  omaggio dovuto – nel decennale della scomparsa – al compositore che ha segnato indelebilmente con il suo lavoro sulla musica elettronica, sull’alea nella composizione seriale, sulla musica intuitiva e sulla spazializzazione del suono, la civiltà sonora del Novecento – fin oltre le soglie del terzo millennio.

Workers Union (1975) Louis Andriessen

per “qualsiasi gruppo di strumenti ad alto volume” rimanda ad un immaginario “moderno” e alla temperie culturale del secolo breve (dal lavoro in fabbrica alle agitazioni sindacali): scritto originariamente per l’orchestra De Volharding (Perseverance), come sottolinea lo stesso autore,  «questo pezzo è una combinazione di libertà individuale e disciplina severa: il suo ritmo è esattamente fisso; le variazioni tonali, d’altra parte, sono indicate solo approssimativamente sul pentagramma, lasciando così spazio alle scelte degli interpreti. È difficile suonare in un gruppo e rimanere al passo, una specie di organizzazione e svolgimento di azioni politiche». L’opera – caratterizzata da una metrica rigorosa e incalzante – risponde ai principi della musica atonale, non vi è una linea melodica né una tonalità definita, e gli strumenti suonano note diverse su pattern ascendenti e discendenti, con la possibilità di ripetere i singoli frames per dar vita ad  una interessante polifonia.

Drumming, Part 1 (1970-1971) – Steve Reich

Forse la composizione più emblematica e compiuta del processo di “phasing” elaborato da Steve Reich, processo attraverso il quale due elementi musicali identici procedono parallelamente ma a velocità impercettibilmente differenti fino a raggiungere una progressiva sfasatura ritmica tra le due parti che induce l’ascoltatore a una forte concentrazione dandogli la sensazione contraddittoria di continuità assoluta e perpetuo cambiamento.

Living room music (1940) John Cage 

Composizione per un quartetto dove gli strumenti da utilizzare non sono specificati in partitura. Il compositore richiede infatti l’utilizzo di “oggetti di uso comune” (riviste, libri, tavoli, mobili, porte, pavimento, sono solo alcuni degli strumenti consigliati) presenti nel salotto o nella cucina di casa. La composizione è una suite ritmica divisa in quattro movimenti: il lavoro del compositore è il racconto di una vera e propria storia che ha un inizio e una fine.

Life is (____) (2009) – Jason Treuting 

La Vita è (………) Composizione per quartetto di percussioni. Jason Treuting, membro del famoso ensemble So Percussion ha creato il pezzo con parole trovate su fogli di giornale. I musicisti compongono la propria parte prendendo parole di lunghezza specificata da articoli di argomenti simili, trasformando le parole in ritmi e melodie che fondano il pezzo. La composizione può essere eseguita in differenti versioni variando lo strumentario.

The so called laws of nature Part 3 (2002) – David Lang 

Tazze da tè, vasi da fiori, piccoli metallofoni intonati, sono alcuni degli oggetti utilizzati dal compositore in questo movimento. Dalla citazione di Wittgenstein “alla base di tutta la visione moderna del mondo è l’illusione che le cosiddette leggi della natura sono la spiegazione dei fenomeni naturali” il compositore attraverso la musica, fatta di proporzioni e numeri e formule e schemi cerca di chiedersi che cosa realmente significano questi numeri. Sono i numeri stessi a generare una certa struttura, creando il contesto e il significato e la forma, o sono solo i sottoprodotti accidentali di altri processi più profondi e più misteriosi? Il brano The so called laws of nature cerca di esplorare il significato dei vari processi e formule.

Water, Wine, Brandy, Brine (2015) – Viet Cuong

Composizione per quartetto, strumentario 15 bicchieri di cristallo. Eseguito in prima esecuzione Italiana il 5 Maggio 2019 dal Quartetto Interzone. Nel 1641 un sacerdote gesuita di nome Athanasius Kircher pubblicò Magnes (Magneti), un’opera che discusse varie forme di attrazione come ad esempio il magnetismo. Un capitolo, intitolato “il magnetismo della musica”, descrive un esperimento in cui vengono riempiti quattro calici con liquidi di varie densità: Brandy, vino, acqua pura e un liquido grossolano come acqua salata o olio. Kircher osservò che ogni soluzione reagiva in modo diverso suonando il calice, e associò ogni calice a uno dei quattro umori greco-romani. Acqua, Vino, Brandy, Brine esplora i vari suoni che possono essere prodotti dal suonare bicchieri di cristallo come strumenti musicali, esplorando punti e modalità di percussione degli stessi.

Fuga Geografica (1920) Ernst Toch

Composizione scritta come una moderna Fuga a quattro voci. Città, paesi e altri riferimenti geografici sono i protagonisti, tutto in vero stile contrappuntistico dal finale clamoroso. Il pezzo è stato presentato per la prima volta, in lingus originale (tedesco), al festival Neue Musik di Berlino nel giugno 1930. La performance, di fronte a un pubblico che comprendeva il compositore John Cage, (che pubblicò in seguito la versione inglese) è stata un successo sensazionale.

Retrouvailles (2013) – Georges Aperghis

Composizione di teatro musicale per duo di percussioni, estratta da un’opera di più ampio respiro per quattro o più percussionisti chiamata “Enumerations”, composta nei primi anni ’80. I due percussionisti, vecchi amici, si incontrano dopo tanto tempo, e tra abbracci, scambi di battute, giochi e solenni bevute, animano i sette movimenti che compongono questa sorta di suite ironica, interamente basata sul piacere di un incontro da troppo tempo rimandato, con i suoi malintesi e le sue gioie.

Esercizio di pazzia II (2014) – Francesco Filidei

Francesco Filidei, compositore toscano da diversi anni residente a Parigi, costruisce con sapienza un brano che si ispira alla più classica delle formazioni cameristiche, il quartetto d’archi. Trasfigura però questa situazione apparentemente classica con l’adozione di una strumentazione alquanto inusuale: fogli di carta di diverse dimensioni, a somiglianza degli strumenti ad arco di differenti taglie, dai quali gli esecutori devono trarre gli effetti più disparati, con un grande crescendo che si risolve in un finale a sorpresa.

Qui a fini tout le cacao? (2019) – Michele Sanna

prima esecuzione assoluta, commissione del Quartetto Interzone

Questa azione percussivo-teatrale per quattro percussionisti, scritta per la trasferta giapponese del Quartetto Interzone da Michele Sanna, cagliaritano classe 1981, diplomatosi in composizione al Conservatorio di Milano con il Mº Gabriele Manca e perfezionatosi presso l’Accademia Nazionale di S. Cecilia a Roma col Mº Ivan Fedele, prosegue la sua personale indagine sull’interazione tra il gesto e il suono cominciata proprio attraverso gli strumenti a percussione (“Les bons biscuits qui font saliver”, 2012) e proseguita con la voce e la danza (“Drama”, 2015). Se in queste precedenti opere dominavano tratti introspettivi e l’attrazione per lo spazio vuoto, “Qui a fini…” si distingue per la sua ironia e disincanto, per il suo porsi al limite tra il senso e l’assenza di senso, lasciando all’ascoltatore la possibilità di ricreare una consecutio più o meno logica. Per il compositore, che si trova a dover lavorare con pochi ma potentissimi elementi, una delle più interessanti possibilità è quella di conferire vita sonora al gesto corporeo e viceversa, dando vita ad un’azione ricca di livelli percettivi.